COLTIVARE LA LAVANDA

COLTIVARE LA LAVANDA

Premessa

L’articolo in questione è stato concepito per un’azienda toscana, come prima infarinatura, che sta cercando di espandere i sui orizzonti commerciali tramite un impianto di lavandeto e i suoi sottoprodotti, ad esempio il miele.

Impiego della lavanda

 

La lavanda è utilizzata dall’uomo da oltre 2.500 anni; essa viene impiegata in molti settori (cosmesi, alimentazione, aromaterapia, igiene personale e delle abitazioni) utilizzandola fresca, essiccata o  come essenza di olio.

Agroecosistema ideale alla coltivazione

 

Le convinzioni comuni identificano la coltivazione della lavanda non ottimale alle condizioni climatiche e alle caratteristiche chimico-fisiche e biologiche del terreno o bensì che i prodotti che si ottengano da queste sono di scarsa qualità o poco appetibili per il mercato.

Essa cresce spontaneamente su Alpi e Appennini, ad un’altitudine che va da 300 m fino a 1000 m; inoltre è coltivata in molteplici aree geografiche, dal Monferrato al Ponente Ligure, dalla Toscana all’Emilia, dal Friuli Venezia G. alla Sicilia.

Non bisogna dimenticare che la lavanda  è una pianta tipica del clima temperato mediterraneo,  ma molto rustica adatta a vivere in ambienti siccitosi e resiste bene alle basse temperature nonché ad escursioni termiche.

Classificazione botanica

 

Appartenente alla vasta famiglia delle Lamiaceae, esistono tre tipologie molto diffuse: la Lavanda “vera”, dal nome botanico Lavandula angustifolia Miller, che è la più pregiata in termini erboristici; la Lavanda spica o meglio Lavandula latifolia Med. e la Lavandula hybrida Rev., un ibrido naturale tra le due specie precedenti. Quest’ultima, detta più comunemente Lavandino, è un ibrido dalle dimensioni più elevate rispetto alla Lavanda vera. Inoltre, è particolarmente diffuso nel territorio italiano e presenta un’essenza simile a quest’ultima, ma dall’aroma molto più canforato.

Dal punto di vista botanico questo piccolo arbusto cespuglioso e sempreverde che è la Lavanda, si presenta dotato di foglie lanceolato-lineari di colore verde-grigiastro, inserite sul fusto senza alcun picciolo, in posizione opposta le une alle altre. Gli splendidi fiori sono raccolti in spighe posizionate all’apice dei fusticini o lateralmente all’ascella delle foglie.

Lavanda e Lavandino

 

Lavanda comune è coltivata soprattutto in Emilia e in Toscana mentre il Lavandino è una tipica coltura ligure (provincia di Imperia) e piemontese. La superficie destinata ad ambedue le colture è comunque molto ridotta.

La principale differenza tra le due specie è data dalla resa in olio essenziale che per il Lavandino è fino a quattro volte superiore alla Lavanda e dalla qualità del prodotto, ritenuto di maggiore finezza e soavità di profumo nel caso della Lavanda vera.

E’ fondamentale conoscere una importante sinergia tra la coltivazione delle piante officinali (lavanda, melissa, timo, rosmarino ecc. ecc.) e l’apicoltura, dato che queste piante sono ricche di un particolare nettare molto amato dalle api.

Per l’apicoltore interessato a questa coltura, esiste un minimo di superficie sotto la quale non è possibile scendere. In pratica non ha senso scendere al di sotto dell’ettaro di superficie. L’ideale sarebbe arrivare a tre-quattro ettari in modo da poter provvedere da soli alla estrazione dell’essenza con un piccolo distillatore aziendale. Ma prima di avventurarsi su superfici superiori è bene verificare in loco le possibilità di piazzare il prodotto principale (l’essenza e le sommità fiorite) presso industrie cosmetiche e le erboristerie della zona.

Realizzazione dell’impianto

 

Nel caso della Lavanda l’impianto può essere fatto partendo dal seme. In questo caso i costi sono abbastanza limitati: per un ettaro di superficie occorre prevedere circa 50 grammi di seme, corrispondenti a 45.000 semi. Il sistema migliore è porre direttamente 2 o più semi in contenitori alveolari (vasetti di torba) nei mesi di febbraio-marzo. A nascita avvenuta occorre procedere al diradamento, lasciando una sola piantina per alveolo. La messa dimora definitiva (sesto d’impianto cm 100 X 50-60) va fatta quando le radici fuoriescano dal foro basale dell’alveolo, generalmente a fine aprile.

Pure molto utilizzata è la moltiplicazione per talea, l’unica che può essere utilizzata anche per il Lavandino (sesto d’impianto cm 200 X 40) che, essendo in ibrido interspecifico, non è in grado di riprodursi per seme.

Le talee, lunghe 10-15 cm, vanno asportate da piante di due tre anni di età. Per un ettaro servono circa 20.000 talee, tenuto conto normalmente del 50% di fallanze. Generalmente non vengono messe a dimora direttamente, ma in vivaio in file distanti cm 40 e a 15 cm sulla fila e trapiantate l’anno successivo. Le talee migliori sono quelle ottenute da rami laterali che non hanno fiorito e staccate con una parte di legno vecchio (il cosiddetto tallone) oppure lasciando un pezzetto del ramo di origine (talea a magliolo). Per favorirne il radicamento, oltre che a regolari innaffiature e a un buon contenuto di sabbia nella terra da vivaio.

Coltivazione

 

Per la riuscita dell’impianto è necessario una buona aratura (50 cm) associata ad una buona dotazione di letame (almeno 250 quintali) da distribuire nell’autunno precedente l’impianto su tutta la superficie. In primavera le talee o le piante ottenute da seme vanno disposte in buche profonde 15-20 cm. Durante la piantagione si apporta dell’altro letame (maturo) da distribuire nella misura di 2/3 kg per buchetta. Si copre il letame con un leggero strato di terra e, quindi, si colloca la piantina. Al primo anno di impianto – in settembre – si provvede al cespugliamento artificiale, consistente nella sistemazione a raggiera delle ramificazioni assurgenti, sotterrandole e rincalzando al centro con terra leggermente compressa. Le cure successive riguardano una somministrazione annuale di un concime ternario ad alto titolo di azoto, e qualche erpicatura o falciatura dell’erba negli interfilari.

Al terzo anno la coltura entra in piena produzione fino al 10° 12° anno dopo di che occorre provvedere all’espianto. Le produzioni ottenibili si aggirano sui 2.000-5.000 kg. per ettaro di fiori per la Lavanda e sui 4.000-6.000 kg. per il Lavandino, ma sono segnalati anche raccolti notevolmente superiori. La resa in olio essenziale (per 100 kg di fiori secchi) è di 600-800 grammi di essenza per la Lavanda, mentre raggiunge anche i 2,5 kg nel caso del Lavandino.

Dopo la raccolta dei fiori deve essere effettuata una leggera potatura della pianta allo scopo di mantenere il cespuglio basso e di favorire il ricaccio di nuovi rami.

Proprietà

 

L’epoca di fioritura varia un po’ in base alla specie e va dalla primavera fino all’estate. La droga, ovvero la parte della pianta contenente i principi attivi, è costituita dalle sommità fiorite, che vengono raccolte con tutto il fusto dopo la sfioritura, momento in cui la pianta risulta più ricca di sostanze aromatiche. Oltre al classico uso deodorante e profumatorio che vedono i suoi fiori impiegati in sacchettini da utilizzare contro le tarme e la conservazione della biancheria, la Lavanda svolge importanti attività di tipo terapeutico sia sotto forma di olio essenziale sia quale droga essiccata. L’impiego principale è certamente quello rilassante e blando sedativo.

Grazie all’azione sul SNC (sistema nervoso centrale), svolta dalle molecole volatili contenute nell’olio essenziale, risulta infatti particolarmente adatta negli stati di irrequietezza e nei disturbi del sonno. La si ritrova a questo scopo anche in tisane sedative e rilassanti addizionata ad altre piante quali: Valeriana, Luppolo, Passiflora, Escolzia, Camomilla e Melissa;

Miele di Lavanda

L’altro prodotto che il lavandeto è in grado di fornire è il miele. Per la sua produzione non esistono particolari accorgimenti da adottare, anche perché il periodo di bottinatura – tipicamente estivo – non crea, in genere, problemi di concorrenza con altre la fioriture. Qualche difficoltà potrebbe invece essere data dalla varroa. La necessità di prolungare sino ad agosto inoltrato l’attività di raccolta potrebbe infatti interferire pesantemente con i programmi di lotta che prevedono un primo intervento fine luglio. Ciò implica l’esecuzione di trattamenti autunnali molto accurati ed eventualmente – laddove si riscontri un concreto pericolo di reinfestazioni – la possibilità di intervenire prima della aggiunta del melario con acido lattico.

Sulle quantità ottenibili ad ettaro non esistono dati attendibili, anche se generalmente alla Lavanda viene assegnato un potenziale mellifero di IV classe ( da 101 a 200 kg/ha). Il miele di Lavanda e Lavandino in Italia è un prodotto raro e pregiato che non ha certo problemi dicollocazione sul mercato. 

Caratteristiche del miele di lavanda:

(colore ambrato, profumo intenso e caratteristico, cristallizzazione compatta)

Caratteristiche del miele dli Lavandino:

Si presenta bianco, aromatico e con una cristallizzazione molto fine. A differenza di quello ottenuto dalla Lavanda i granuli pollinici sono praticamente assenti in quanto si tratta di un ibrido caratterizzato da stami sterili. Ciò ne rende abbastanza problematica la diagnosi di origine che rimane quindi affidata all’analisi organolettica e alla “serietà” del produttore che ne certifica la provenienza.